RACCONTI E ALTRI SCRITTI

Giovanna

Giovanna.

Era il suo nome. Ma avrebbe potuto essere un altro, uno qualsiasi.

Era Giovanna, però. E io la conoscevo. Sin da bambino.

Abitavamo in due palazzi attigui e abbiamo frequentato lo stesso asilo e la stessa scuola elementare. Mi divertivo con lei, era solare, simpatica e mi sfidava sempre. Aveva un coraggio per le cose più spericolate che spesso rimanevo indietro.

Poi ci siamo persi. La sua famiglia si è trasferita e, da un giorno all'altro, ciao Giovanna.

Ci siamo rincontrati venticinque anni dopo. Era tornata in città e si era incontrata con Veronica, la sua amica del cuore. Per caso, soltanto per caso, le vidi sedute al tavolino di un bar e le salutai. Ebbi per un attimo l'impressione che stessero parlando di cose importanti: Giovanna con il capo chino e Veronica a predicare. Fu un attimo però. Con un sorriso largo e caldo, Giovanna mi chiese di trattenermi. Quell'aperitivo divenne una cena e quell'attimo sparì.

Giovanna tornò l'anno seguente. Era pallida, smunta. Non stava bene, ma era impossibile parlare di lei e della sua salute. Ogni volta che le chiedevo della sua vita privata, mi rispondeva che aveva un uomo, un compagno, così lo chiamava, che però non era mai con lei. Lavorava tanto e la lasciava spesso da sola. Una volta le chiesi perché non lo lasciasse, ma lei fece in modo che fosse l'ultima. Per la prima volta la vidi prima aggressiva e poi senza coraggio. La mia Giovanna, senza coraggio.

Quando se ne andò Veronica mi spiegò tutto: erano anni che il compagno, gelosissimo, la tormentava, psicologicamente, ma anche fisicamente. La picchiava. Sempre più di frequente. Soprattutto quando tornava da giornate di assenza per lavoro e capiva che non era stata chiusa in casa. Cercai di chiamarla, ma inutilmente. Non rispose. Non poteva forse. E immaginai che magari avevo fatto un altro casino dei miei, magari lui aveva visto la mia telefonata e per la sua gelosia... scacciai quei pensieri e non la chiamai più.

L'anno dopo Giovanna non venne. E neanche quello dopo ancora. Non poteva. Un giorno trovai, nella quarta pagina del giornale, Giacomo, il suo compagno, che era stato arrestato. Per sospetto omicidio. A lei la ritrovarono due giorni dopo.

Aveva cercato di scappare.

Aveva ritrovato il suo coraggio.

Per questo era morta.

La mia Giovanna.

In certe domeniche di autunno

In certe domeniche di autunno, ti rigiri nel letto cercando un motivo per non alzarti.
In certe domeniche di autunno, quando piove, il ticchettio della pioggia sulle finestre ha quell'effetto ipnotico che ti incolla con il muso sul vetro e ti porta a creare aloni con l'alito che dopo trancerai con il dito per fare stupidi disegni.
In certe domeniche di autunno, vorresti non fare nulla e tutto, tutto quello che normalmente non riesci a fare e che ti dovrebbe rilassare, ma che invece riesce ad avere l'effetto contrario.
Insofferente, esco. Incontro soltanto l'umidità della notte che, anche lei apatica, non ha alcuna voglia di lasciare spazio al sole e figure trasparenti, che vagano con passo spedito, ognuna con una meta, ognuna a proprio agio in questo clima surreale. Lontano circa un centinaio di metri, noto un carretto fermo a un angolo. Non ho nessuno che mi attende, né un motivo per tirare oltre. Mi avvicino incuriosito e noto un vecchio chino sul vano dell'ape, intento a sistemarlo. Ha due piantine, solo due, e le sta spostando da un lato all'altro, come se quello spostamento fosse necessario, anzi vitale.
Non mi nota subito. Con lo sguardo è ancora attratto dalle piante. Mi affaccio sul vano aperto.
«Buongiorno!» mi urla. Temo di averlo spaventato.
«Buongiorno a lei» rispondo. «Ha già venduto tutto?» chiedo incuriosito.
«In realtà non ho venduto nulla.» mi dice, sorridendo.
Lo guardo per qualche istante, aspettando che mi chiarisca la sua risposta. Inutilmente. Sto per lasciarlo quando lo vedo con la coda dell'occhio voltato di nuovo, ancora intento a spostare i due vasi, seppure stavolta di pochi centimetri.
«Sia cortese. Posso chiederle per quale motivo muove continuamente da un lato all'altro queste due piantine?»
«Mi sembra ovvio» mi risponde sempre sorridendo «Cerco di dare loro la possibilità di prendere quel po' di sole che ci riserva il cielo.»
In quel momento mi rendo conto che effettivamente le muoveva seguendo quei piccoli squarci tra le nuvole che illuminavano a tratti l'ape.
«Quanto vengono?» chiedo.
«Cosa?»
«Le piante. Cosa se no?»
«Mica le vendo!»
«Scusi, non capisco. Perché allora è qui?»
«Deve sapere che vivo in un terraneo a due isolati da qui. Da me il sole non batte mai. Queste due piante sono l'ultima cosa che ho comprato a mia moglie. È mancata due settimane fa, sa? E da quando se n'è andata, ogni volta che non piove, anche in giorni come questi, vado con loro a cercare un po' di sole. Ne hanno tanto bisogno. Mia moglie pure avrebbe avuto bisogno di sole, della vitamina D. Purtroppo non le bastavano questi pochi raggi e non ho avuto la possibilità di portarla da nessun'altra parte. Cerco di salvare almeno loro. Così avrebbe voluto la mia Anna.»
In certe domeniche d'autunno, quando vedo anche soltanto un raggio di sole far capolino tra le nuvole, scendo e vado a trovare il mio amico con l'ape. E lo aiuto a spostare le tre piante che ora possiede. Tra un caffè caldo versato da un termos e le foto della sua Anna.

Armando Guarino

21 novembre 2020 - © Riproduzione riservata

Il diario dell'anima

Mi rilassa.
Il viavai delle persone, ognuna con il proprio bagaglio, ognuna con la propria storia, il fischio del capotreno che da il via al treno, lo sbuffo della macchinetta del caffè del bar all'ennesima tazza da servire. Tutto questo mi rilassa.
Perciò ogni pomeriggio, finito di lavorare e prima di tornare a casa, mi fermo al bar della stazione per un tè o un caffè da gustare in silenzio.
Rigorosamente da solo.
E per essere certo che nessuno mi disturbi, ho il mio tavolino all'angolo, vicino al vetro che da sull'ingresso ai binari e con alle spalle il muro, dove ogni pomeriggio alle 17:30 mi siedo.
Quella sera capitò però che il "mio" posticino fosse occupato. Guardai il cameriere che fece spallucce e se ne andò a servire, correndo, la coppia di stranieri in fondo alla sala. Mi rassegnai e decisi di sedermi al tavolo accanto, con la speranza che il "mio" tavolo si liberasse quanto prima. Ma quella donna sembrava essere attratta dal turbinio dei passanti almeno quanto me. Era una figura poco appariscente seppure di una bellezza rara. L'abbigliamento, l'acconciatura e anche la postura del corpo erano del tutto anonimi eppure ero attratto da lei come da una forza magnetica.
Mi dimenticai del fastidio che avevo provato nel trovare il mio posto occupato e mi misi a fissarla limitandomi a portare automaticamente alla bocca il caffè macchiato che avevo ordinato.
Quando lei si alzò, la seguii alla cassa e poi fino all'uscita e solo dopo rivolsi lo sguardo al tavolino che finalmente sarebbe stato di nuovo mio.
Mi accorsi però che sopra di esso c'era un taccuino, un diario. Doveva appartenere a lei. Doveva averlo dimenticato.
Mi precipitai fuori al locale per capire dove si potesse essere diretta. Ma invano. L'avevo persa. Come lei aveva perso il suo diario.
Tornai al bar e mi sedetti al suo posto, di nuovo mio. Fu sufficiente qualche secondo per essere attratto da quelle pagine e lo sfogliai. Prima in modo veloce, facendo prevalere il fruscio delle pagine alle parole che vi erano sopra.
Poi tornai alla prima pagina.
E alla seconda, alla terza. Quel diario conteneva la sua anima e alla quarta pagina mi costrinsi a chiuderlo. Mi sembrava di violentarla, di rubare la sua intimità.
Aspettai. Mi trattenni fino all'ora di cena, pensando che lei tornasse indietro a riprenderselo. Ma non fu così. Lo presi e lo portai con me.
Da quel giorno ne sono passati altri dieci, non uno senza che mi recassi a quel bar, anche di domenica, sperando che lei si rifacesse viva, ogni giorno strappando un po' di lei attraverso la lettura di altre pagine. Ero arrivato quasi alla fine e di lei non vi erano più tracce.
Fino all'altra sera.
L'ho vista passare davanti al bar, con passo lento ma deciso, avendo in mente una direzione ben precisa. Afferrai il taccuino e uscii. L'avevo persa di nuovo. Ma sapevo la direzione che aveva preso e cercai di seguirla. Ad un certo punto la rividi. Provai a chiamarla. Non mi sentiva. Mi misi a correre per raggiungerla. Imboccò la piattaforma del primo binario. A tratti temevo di perderla, tra la folla che stava per salire sul regionale in partenza. Alla fine la vidi, ferma davanti all'ultimo pilastro della copertura. Rallentai. Non poteva più sfuggirmi. Pensai a cosa dirle, come spiegarle perché avevo il suo diario, perché lo avevo letto, quasi tutto.
Era davanti a me. Di spalle. La postura era diversa da quella dell'altro giorno.
"Mi scusi..." dissi.
La donna si girò ma non era la stessa, non era quella che mi aveva rubato il tavolo e alla quale io avevo rubato l'anima. Le somigliava, ma era più vecchia. Capii subito che era la madre. Piangeva. Non capivo per quale motivo. Non volevo capire.
Ai suoi piedi giaceva una foto con dei fiori appoggiati al pilastro. Era la sua foto.
Le porsi il diario. Le spiegai cosa era successo e come ne fossi venuto in possesso.
Lei trasalì. Ricostruì che il giorno in cui la figlia aveva preso il mio posto al bar era lo stesso in cui si era gettata sotto al treno. Soltanto che, nel momento in cui io l'avevo incontrata, lei era già morta da un'ora.
Mi sentii gelare. Non poteva essere. Lei era lì, davanti a me. Mi sovvenne che non avevo notato cosa avesse preso, se stesse bevendo un caffè o un the. Non ricordavo altro che la sua presenza. Possibile che avessi immaginato tutto? No. Altrimenti non avrei potuto conoscere il suo viso.
La madre non volle prendere il diario, disse che se la figlia lo aveva lasciato a me era a me che doveva rimanere.
Me ne andai. La lasciai con il suo dolore mentre io avevo il suo diario.
Oggi sono ancora qui, al mio bar. Al posto che oramai non è più mio o quantomeno non più solo mio. Lo condivido con lei,
Paola. Era il suo nome, mi aveva confidato la madre.
Paola sarebbe stata sempre con me.
Tutti i giorni. Almeno fino a quell'ultima pagina del suo diario, dove aveva smesso di scrivere, di chiedere aiuto.
E aveva annunciato la sua resa.
Lasciandomi in dono la sua anima.


La panchina

Ora che era lontano, distante da tutti quegli automatismi quotidiani, quelle mosse ripetute freneticamente, in balia di un Dio Tempo che non gli aveva mai riservato gratitudine o compassione, pensava a tutto ciò che era stato, quello che aveva fatto e a quelle azioni cadenzate, alle quali ora dava un altro senso.

Gli mancava, ad esempio, quella panchina della stazione della metro dove, in balia del vento, perché li tirava sempre vento e quando era freddo ti costringeva a tirare su il cappuccio anche se non lo sopporti, proprio lì la gente aspettava un treno che non arrivava mai in compagnia di persone, storie, vite.

Come quella di una ragazza, vestita bene, tailleur beige e foulard fantasia al collo, che leggeva un resoconto di una coppia separata davanti al giudice, in eterno conflitto per il figlio, e per cos'altro sennò. Doveva essere un avvocato ma le rughe che tracciavano solchi indelebili sul suo viso, facevano capire che quel lavoro non doveva essere adatto a lei.

O come quella della signora anziana, che con fatica trascinava un trolley probabilmente pesante e preparato di fretta, chissà perché, in ansia per paura di perdere il treno che l'avrebbe portata chissà dove.

Un poco più distante spesso si fermava un uomo, apparentemente distinto ma con abiti così lisi che non riuscivano a nascondere la sua situazione economica e che emanava un profumo di dopobarba scadente, di quelli che si vendono in tabaccheria, magari messo per far bella figura con qualcuno, con qualcuna...

A volte, invece, nascosti dietro un lampione, poi c'era una coppia di ragazzi, persi nei loro sguardi, caldi come l'abbraccio che li avvolgeva, che sembrava invece non aspettare nulla, nascosti dietro al fascio di luce e al tempo che li proteggeva.

Ricordò anche una donna, doveva essere sulla quarantina, ma l'assenza di trucco impietosamente la gravava sulle spalle di qualche anno in più.
Piangeva.
Guardandosi attorno se qualcuno l'avesse notata e con una mano timida cercava di farle morire sul nascere, portando il fazzoletto alla coda dell'occhio.
Piangeva.
Durante la sua vita ne aveva viste tante, ma questa no.
Ad un certo punto continuò a piangere, nonostante si accorse che la stavo osservando, senza timore. Senza pudore. L'unico gesto che fece fu quello di appoggiare su quella panchina il suo cellulare, sul quale era rimasta impressa la foto di un neonato.

Tutte vite in balia del vento, perché lì tira sempre vento, e sempre in attesa di qualcosa.
Ora che era lontano, scevro dalla morsa del tempo e della routine, ora che poteva fermarsi e ricordare, gli venne voglia di tornare a sedersi su quella panchina, pronto ad aspettare un treno che forse non sarebbe arrivato mai.


Santonastaso, Carnevale e il Coronavirus

Racconto fuori tempo per questi tempi

Si era appena accomodato sulla sua poltrona di pelle nera, vecchia forse come lui ma altrettanto comoda, per leggere uno di quei tanti libri che soggiornavano pieni di polvere nella libreria e che Carmelina gli aveva più volte consigliato di leggere.
Non che non amasse farlo, ma non aveva mai tempo. Almeno questa era l'alibi che adduceva ad ogni sua risposta ogni volta gli chiedessero se avesse letto almeno la metà dei libri che aveva comprato la moglie.
In realtà si considerava un uomo d'azione e, benché nel suo lavoro dimostrasse il contrario, facendo prevalere le congetture alle vere e proprie indagini, era incapace di stare fermo. Anche quando, raramente, rimaneva fisso davanti al mare, lui non lo faceva per rilassarsi. Lui colloquiava con quella distesa d'acqua in perenne movimento come lui.
Non avendo scelta però si era seduto con davanti qualcosa di più lontano possibile da casi e misteri da risolvere. Sulle gambe aveva aperto "Il diario di Anna Frank". Aveva visto forse diversi film, o parti di essi, ma non aveva mai letto il libro che, ovviamente, Carmelina aveva acquistato, divorato e consigliato.
Alla terza pagina fu però interrotto dallo squillo che proveniva dal cellulare.
- Carnevà! Sei tu?
- E ce ce certo, ispepepepettò!
- Dove sei?
- A cacaca...
- Attenzione....! - lo redarguì l'ispettore.
- A cacacasa. In qua qua qua....
- Che di papere ne fa... - disse intonando la famosa canzone di Albano e Romina.
- Nun mi sfottete...
- E tu ti ostini a cacagliare, parlando in italiano!
- O'ssapite ca me metto scuorno e parla napulitano cu vuje.
- E tu non ti mettere vergogna. Ho capito che sei a casa. Era un modo per dire che stai facendo?
- E cu sta "quarantena" c'avimma fa? Magnamme, cucinamme, magnamme... Cca, se nun murimme pe 'o virùs, c'accide 'o colesterolo...
- Hai proprio ragione. Io, vedi, ho il problema opposto. Non essendoci più Carmelina, non sapendo cucinare e non potendo ordinare nulla, mi arrangio con frittate d'uovo e fettine di carne.
- Se vulite, ve faccio purtà qualcosa je...ce sta Esposito che con la volante sta sempe dalle parti vostre...
- No, no. Lascialo stare. Riesco a risolvere. Ho dei giovani nel palazzo che forniscono aiuto a chi non vuole scendere. Anzi manda un abbraccio a tutti i colleghi che, come i medici, gli infermieri e tutti coloro che sono deputati a servizi essenziali, si stanno prendendo cura di noi.
- Ispettò. Chesta è na guerra. 'E nato tipo ma sempe guerra è. Cca se more, se soffre. È na guerra 'nfame che nun te permette e truvà consolazione, no un abbraccio, nu vase, 'na carezza... È na guerra c'amma combattere da soli. Je, pe nun rischià cu mammeme, sto alla pensione Arcobaleno, ma sto sule je.
- Carnevà, tu hai ragione, ma questa guerra la si vince facilmente. Si deve stare a casa. Punto.
- Sì ispettò, ma a m'appaura dopo. Saremo chin'e gente senza fatica mmieze a na strada, puteche chiuse... cumme magnano?
- Tranquillo amico mio. Tutto il mondo è nella stessa situazione e una soluzione la devono trovare. Se questa è una guerra, ci sarà un dopoguerra e ci rialzeremo. Come noi italiani abbiamo sempre fatto.
Santonastaso chiuse così la telefonata senza salutarlo. Non voleva cadere in un tono melanconico. Anche lui incominciava ad accumulare stanchezza e tristezza e, con sempre più difficoltà, riusciva a darsi forza.
Prese di nuovo il libro e provò a leggerlo. Poi preso da una smania improvvisa si mise a sfogliarlo avanti e indietro. Fino a quando si fermò e si mise a leggere ad alta voce:

"Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l'avvicinarsi del rombo che ucciderà anche noi, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l'ordine, la pace e la serenità". (Anna Frank - Diario)

25 novembre

(Giornata internazionale contro la violenza sulle donne)

Erano anni che si riparava dietro quella finestra.

Non era ancora riuscita a superarlo.

Il primo ricordo di quando fu costretta a indossare gli occhiali scuri risaliva a quando aveva soltanto quattordici anni.

Era passato troppo tempo da quando imparò a nascondersi. Dietro a un maglione, un trucco più pesante o soltanto dietro a una febbre improvvisa.

Il padre fu il primo. Il destino però sembrava averla liberata dopo pochi anni. Aveva sedici anni quando due poliziotti bussarono a casa sua, tristi in volto, per dare la notizia che il padre era stato coinvolto in una rissa stradale. Avessero saputo...

Ricorda tutte le sante notti passate con la madre, anch'ella piena di lividi, in ospedale accanto al letto del padre, pregando entrambi che non ce la facesse.

E così fu.

Ma non fu sufficiente...

Sei mesi dopo conobbe Alessandro, il tipico ragazzo perbene, educato, ben vestito e... pieno di soldi. Un po' viziato.

Molto.

Non era abituato a sentirsi dire no. E ogni volta che accadeva, una spinta. Poi uno schiaffo. Fino al giorno in cui la riempì di botte.

La mamma le diceva: "Tieni duro! Non lo contraddire! Fa' come facevo io con tuo padre..."

Ma lei sapeva che non era quella la soluzione. Lo amava. Cercava di parlargli... E le prendeva.

Un giorno per fortuna lui si stufò di lei e la lasciò. Aveva quasi diciassette anni e evitò di frequentare uomini per anni.

Era un giorno d'estate. Lei era con le amiche al mare. La spiaggia dorata, il sole che colorava il mare e le risate... furono queste forse a ingannarla. Era felice. E distratta.

Lui le si avvicinò con discrezione. La fece ridere. Un uomo che era in grado di farla ridere non poteva essere cattivo. Si distrasse e si concesse.

Filò tutto alla perfezione i primi due anni. Poi lei rimase incinta. Incominciarono i primi litigi. Lui non voleva un figlio. Poi litigarono per il sesso. Lui desiderava un maschietto e arrivò una femminuccia. Poi per il nome.

E poi per i soldi...

Lei non lavorava. Il suo stipendio non bastava più per le cure della piccola Eva, nata con una piccola malformazione, curabile però completamente nei primi mesi di vita. Ma occorrevano soldi. Tanti soldi.

E così lui tornava la sera a casa sempre arrabbiato e stressato. Incominciò a picchiarla. Una, due volte.

Le chiedeva sempre scusa subito dopo, le implorava perdono e giurava che non l'avrebbe fatto più.

Quella sera era distrutto. Eva il giorno dopo avrebbe compiuto un anno e non avevano denaro a sufficienza per farle la festa di compleanno che avevano desiderato, progettato. Una parola. Due. Poi uno schiaffo. Una spinta. Lei cadde a terra e urtò con la nuca sullo spigolo del tavolino. Rimase intontita e lui ne approfittò per prenderla a calci. Smise perché Eva incominciò a strillare così forte che stava attirando tutto il vicinato.

Dormì sul divano con la figlia accanto a sé, quella notte. Finse di continuare a dormire quando lui uscì di casa.

Poi prese di fretta e furia una valigia e la riempì di poche cose sue, la maggior parte del bagaglio era occupato da vestiti e tutto ciò che necessitava alla bambina.

Aveva letto su un giornale proprio qualche giorno prima che, a poche centinaia di metri da dove abitava, si era aperta la sede di un'associazione, una di quelle contro la violenza sulle donne.

Chiese aiuto senza parlare. Solo con lo sguardo. E i lividi che partivano dalle spalle. La rassicurarono. Le dissero che le avrebbero offerto protezione. Una casa rifugio. Si fermò.

"Mi arrendo" disse, senza sapere che invece era la prima volta che non lo faceva.

Eva doveva essere la prima donna della famiglia a non essere violentata, ne' maltrattata.

Ora, dietro quella finestra la sta guardando. Eva ha sedici anni. È riuscita a darle un padre e un fratello di dodici. Lo ha conosciuto due anni dopo quella maledetta sera. Dal primo giorno non gli ha permesso di alzare la voce con lei, di mancarle di rispetto. Ma Marco, per fortuna, le voleva bene davvero.

Eva ora ha sedici anni e non conosce la paura.

Alza lo sguardo verso la finestra e la saluta con la mano prima di incontrare il suo ragazzo. Si abbracciano.

Un brivido le attraversa la schiena.

Nonostante tutto non è riuscita ancora a superarlo.


Aaron e la terra di mezzo

Nella Terra di Mezzo la vita scorreva naturalmente.. Senza mai alcun contrattempo. Ognuno ricopriva un ruolo nella Società, un ruolo che gli veniva assegnato dalla nascita e nessuno mai si era chiesto se e cosa avesse potuto fare di diverso. Era così, semplicemente da sempre era così e tutti lo accettavano incondizionatamente.

Perciò, quando ad Aaron gli dissero che il giorno dopo, al compimento dei ventun anni, avrebbe dovuto presentarsi all'Ufficio Rete, tutti furono felici. Il compito che lo aspettava era di prestigio e tutti gli studi da lui intrapresi nel corso degli anni, portavano a quella decisione, ma nessuno osava sperare tanto.. L'Ufficio Rete!

L'Ufficio Rete era il luogo più importante della Terra di Mezzo, dove si generavano i codici per decidere i destini di tutti i cittadini. Perché ad Aaron fra un paio d'anni avrebbero assegnato anche la donna che sarebbe dovuta diventare la sua compagna e gli sarebbe stato comunicato anche se avrebbe potuto e dovuto avere figli e quanti.

Tutto questo s'era reso necessario un paio di secoli prima quando, il dilagare della popolazione mondiale della Terra Primaria era cresciuto in maniera talmente esponenziale che aveva reso necessario il trasferimento in massa nella Terra di Mezzo prima, e nella Terza Terra dopo. Ciò costrinse da subito gli abitanti della Terra Primaria ad adottare tutte le misure possibili per evitare ulteriori drammatiche e affannose ricerche. Le scuole, dal primo all'ultimo anno, ricordano i "decenni bui" (così vennero chiamati gli anni dalla fine del ventiduesimo secolo all'inizio del ventitreesimo, in quanto si tramanda che il sole riusciva a illuminare la Terra Primaria solo due-tre ore al giorno) quando s'intensificarono notevolmente i viaggi interspaziali alla ricerca di un pianeta che li potesse ospitare. Tutti si rivelarono infruttuosi e la crisi planetaria portò alla morte di diversi milioni di persone.

La salvezza arrivò inaspettatamente dall'evoluzione improvvisa di Proxima Centauri che assunse la forma di un buco nero. Fu per caso che una navicella, inghiottita dall'attrazione gravitazionale prodotta dalla ex stella nana, riuscì ad inviare un messaggio radio informando gli scienziati incaricati di seguire le missioni spaziali che al di là del buco nero c'erano due pianeti che, apparentemente, sembrava avessero le caratteristiche ideali per ospitare la razza umana.

Aaron tutto questo lo aveva studiato nei libri di Storia quindi, come tutti d'altronde, si riteneva un eletto e spesso i suoi pensieri erano rivolti a quanto fossero fortunati i cinquecento milioni di abitanti della Terra di mezzo.

Quella sera gli era stato concesso di festeggiare la nomina presso l'Ufficio Rete con altri due suoi coetanei, i suoi due migliori amici: Hodge e Mya. I tre s'incontrarono all'Earth Bar, il luogo di ritrovo dei nostalgici della Terra Primaria. Non che loro la rimpiangessero ma nell'ultimo anno era esplosa la moda Terrestre e quel bar era diventato un luogo di culto tra gli abitanti del nuovo pianeta. In tutto il bar si poteva ascoltare musica del ventesimo e del ventunesimo secolo della Terra Primaria.

«Caspita, ragazzi! Avete visto quanta gente c'è stasera?» disse Mya.

«Shhh! Zitta! Altrimenti capiranno che ci siamo infiltrati!» replicò subito Hodge.

In effetti non era permesso a tutti entrare all'Earth Bar. Non solo era necessario aver compiuto ventun anni ma la selezione all'ingresso era molto restrittiva. Oltre ai soci, considerati reietti della società, la maggior parte entrava con documenti falsi presentata dai soci stessi. Loro erano riusciti ad intrufolarsi spacciandosi come nipoti di un socio anziano Mark Eagle, che da tempo non frequentava più il bar a causa della sua età avanzata.

«Dai ragazzi, infiliamoci tra la folla così sarà impossibile notarci.» ordinò Aaron.

I tre così si aggiunsero ad un gruppo ben nutrito che stava discutendo animatamente...

«...vi dico che è vero! È successo solo due ore fa! Se ci sbrighiamo potremo raggiungere il luogo del l'atterraggio prima della Società Civile!» stava urlando uno del gruppo.

«Siamo tutti d'accordo!»

«Sì!» urlarono tutti. E il gruppo immediatamente si sfaldò lasciando i tre visibili a tutti. Senza aver bisogno di mettersi d'accordo, i ragazzi si unirono frettolosamente al gruppo che però si diresse verso l'uscita.

«Che facciamo Aaron?» bisbigliò Mya. «Siamo appena arrivati...»

«Seguiamoli. Non abbiamo scelta...altrimenti ci scopriranno. E poi la cosa mi incuriosisce...»

«Ok, ok, però ora facciamo silenzio...»

Erano una dozzina le figure che uscirono dal retro del bar. Si divisero in tre gruppi da quattro e si infilarono in vecchi fuoristrada parcheggiati subito a ridosso dell'uscita. I tre amici furono costretti a dividersi per non dare nell'occhio e la paura di essere scoperti fu pari all'adrenalina che stava crescendo. Qualcosa d'importante stava succedendo e loro si erano assicurati un posto in prima fila.

I tre fuoristrada viaggiarono a fari spenti, percorrendo a memoria le strade illuminate soltanto a tratti da una luna spenta e soffocata dalle nuvole perenni che stavano abbracciando la Terra di Mezzo. In completo silenzio trascorsero quei trenta minuti necessari per arrivare al luogo concordato. Poco prima di arrivare dai fuoristrada si scorse una coltre di fumo accompagnata da piccoli lampi e scintille. Solo quando si avvicinarono ulteriormente si intravide la figura di un'astronave che era andata a collidere con le pendici della cava. Qualcosa non era andato nel verso giusto durante l'atterraggio.

Ma da dove proveniva quella navicella? Erano molti anni che non arrivavano cargo dalla Terra Primaria. Anzi, in alcuni siti proibiti, si affermava che l'accesso alle navicelle provenienti dalla Terra originaria era stato oramai inibito.

Aaron, nonostante brillasse per la sua rettitudine negli studi e nelle direttive emesse dalla Società, aveva trovato il modo di accedere a questi siti bannati e oscurati grazie ad Hodge che, da buon informatico, era riuscito ad hackerare diversi sistemi. Secondo Aaron erano state le sue abilità informatiche, più che le sue attitudini naturali, a fargli conquistare l'assegnazione all'Ufficio di Rete, seppure nel settore comunicazione. Mya invece si trovava lì solo perché innamorata di Aaron e in cuor suo aveva deciso che lo avrebbe seguito dappertutto, che il loro destino avrebbe potuto essere uno soltanto e identico per entrambi. Contrariamente ai suoi due amici però, fino a quel giorno, aveva sempre seguito alla lettera le direttive della Società Civile e mai si sarebbe sognata di uscire dai limiti imposti se non avesse incontrato l'amore della sua vita.

Arrivati ad una cinquantina di metri dalla navicella, i tre fuoristrada si arrestarono e le persone silenziosamente si riunirono davanti ad uno di loro che i ragazzi avevano sentito gli altri chiamare "Il Divulgatore".

«Fermi!» ordinò la figura misteriosa. Con la sua altezza e la sua prestanza probabilmente avrebbe incusso timore a chiunque, ma la folla dimostrava rispetto per le sue azioni più che per il suo aspetto fisico. «Norm, Java! Fate il giro e appostatevi dall'altra parte. Morb, Evo! Seguitemi!»

Gli uomini eseguirono gli ordini impartiti e in silenzio si mossero ognuno nella direzione indicata. Quando uno di loro gridò all'improvviso...

«Di qua, presto! Correte!»

Tutti, compresi i tre ragazzi, si misero a correre nella direzione dalla quale proveniva la voce.

«Guardate! È ancora vivo!»

«Fermi!» urlò Il Divulgatore. «Nessuno si avvicini a lui.»

Il leader del gruppo invece, con passo fermo ma lento, si avvicinò a quello che sembrava essere il pilota della navicella. Questo indossava ancora il casco che, anche se mezzo distrutto, lasciava intravedere il viso. Allora Il divulgatore si accasciò e porse l'orecchio vicino al casco per cercare di carpire la presenza di un respiro. All'improvviso si sentì afferrare il braccio con forza. Istintivamente si ritrasse e, facendo un balzo all'indietro, cadde per terra. Poi capì che non c'era nulla da temere e si avvicinò nuovamente al corpo del pilota. Fu in quel momento che si sentì qualcosa in mano. Era una micro drive. Mentre la guardava si sentì nuovamente tirare dal braccio del pilota che gli sussurrò...

«Non è vero... Credetemi, non è...»

La mano che gli stringeva il braccio perse di forza e cascò pesante a terra. Quello che sembrava già silenzio si intensificò ancora di più. Tutti avevano potuto ascoltare le ultime parole dell'uomo precipitato quella notte. Ma nessuno osava capire cosa volesse dire. Il Divulgatore prese la micro drive e si rivolse ad una delle poche ragazze presenti. Forse la sua ragazza...

«Questa tienila tu. Vedi se c'è qualche codice da decriptare e poi fammi sapere che cosa voleva dire.»

La ragazza si allontanò e si diresse verso uno dei fuoristrada dal quale ne uscì con un hc, un hand-computer, di decima generazione nel quale inserì subito la micro drive.

«Karn!» gridò. «Corri!»

E Il Divulgatore, del quale ora anche i tre amici conoscevano il nome, si avvicinò all'auto seguito da tutti gli altri.

«È un sistema del tutto nuovo... niente di visto fino ad ora. È impossibile cercare di decriptarlo!»

«Non è possibile! Sei l'hacker migliore del pianeta. Non c'è nulla che tu non sappia decifrare.»

«Nulla che sia mai stato inventato...» replicò la ragazza. «Questo codice non esiste. Non l'ho mai visto. E se io non l'ho mai visto, vuol dire che non esiste.»

Aaron, che seguiva la scena da lontano, riconobbe nel codice qualcosa di già visto e si fece scappare... «Io forse potrei...»

«Chi ha parlato?»

Tutti si voltarono indietro alla ricerca della voce che aveva fatto capolino. Aaron e i suoi amici si trovarono circondati dagli sguardi di tutti i presenti. A quel punto l'infiltrato prese coraggio e, facendo un passo avanti, riprese a parlare.

«Io forse potrei riuscirci.»

«Chi sei tu? Non ti ho mai visto prima!»

«Mi chiamo Aaron. E sono colui che vi potrebbe aiutare.»

«Ahahah! E come, se è lecito chiedertelo?»

«A scuola ho visto qualcosa di simile...»

«A scuola? Allontanateli!» gridò Il Divulgatore al gruppo e si rivolse nuovamente alla ragazza. «Il bimbo già lo ha visto... Tu invece no?»

«No, Karn. E non può averlo visto neanche lui.»

«Invece sì!» urlò Aaron mentre lo stavano portando in uno dei fuoristrada.

«Fermi voi! Ok, ok, dimmi cosa sarebbe questo codice? Perché la migliore hacker del pianeta non lo conosce e invece tu lo conosceresti e lo sapresti anche decifrare?»

«Non ho detto che lo conosco, ma penso che potrei decifrarlo. Visto che ne ho creato uno simile nella mia tesi...»

«Creato?»

«Sì. Insieme a Hodge, il mio amico.» e Hodge alzò la mano per farsi riconoscere. «Non è lo stesso, ma gli somiglia molto.»

«Venite qua voi due. Fatemi vedere cosa sapete fare. Sarà meglio per voi che non mi state prendendo per il culo!»

La ragazza diede energicamente l'hc ai due amici che si scambiarono uno sguardo d'intesa e poi si misero a lavorarci sopra.

«Ma come avete fatto? Lo avevo bloccato!» disse la ragazza.

I due incuranti della domanda continuarono e passarono diversi minuti a confabulare e a digitare sull'hc immersi negli sguardi e nei silenzi di tutti i presenti. Alla fine Aaron prese il device e lo porse a Karn.

«Tieni.» disse. «È un video. Il programma all'interno dell'hc dovrebbe poterlo leggere.»

Il Divulgatore guardò prima la ragazza, poi Norm e Evo che gli erano accanto. Tra lo stupore di tutti pigiò sull'icona del file e questo si aprì. Il video iniziò con una delle immagini della Terra primaria che da sempre si studia a scuola. Un'immagine della Terra all'inizio del ventesimo secolo, quando la macchia verde sulle cartine geografiche era ancora il colore prevalente. Una voce narrante però spiazza tutti: non è la terra di cinque secoli prima, ma la Terra Primaria di oggi.

"..oggi sulla terra vivono 6 miliardi di persone e la situazione climatico-ambientale è tornata ai livelli dell'inizio del ventesimo secolo. Come ci siamo riusciti? Semplicemente imparando dai nostri errori. Dopo la catastrofe culminata nell'esodo che iniziò alla fine del 2225, fummo costretti comunque a cercare una soluzione per non far scomparire la razza umana, così come s'era temuto. I cinque miliardi di persone rimasti non potevano morire nell'indifferenza generale. La scoperta di quel buco nero e di come lo si potesse sfruttare per poter viaggiare per diversi anni luce nello spazio in pochi istanti, ci aprì gli occhi su un diverso sistema di trasporto anche sul nostro pianeta. Eliminato il petrolio e qualsiasi mezzo di locomozione, soprattutto a lungo raggio alimentato da questo, l'emissione dei gas nocivi si ridusse notevolmente e, decidendo di implementare l'utilizzo delle risorse energetiche alternative, quelle eoliche, solari e geotermiche, riuscimmo a far rifiorire la Terra regalandole una nuova vita. Sappiamo che siete meno di un miliardo di abitanti tra coloro che abitano la terra di Mezzo e coloro che vivono sulla Terza Terra e siamo a conoscenza che da voi vi è ancora molta disinformazione su quanto accaduto da noi. Non è vero che non ci sono altre soluzioni e noi ne siamo la prova. Abbiamo deciso di invitarvi a considerare l'ipotesi di tornare sulla Terra Primaria e di abbandonare la Società Civile per abbracciare la Nuova Vita!"

Concluso il video, le dodici anime presenti quella notte avvertirono tutto il peso di quel messaggio. Quelle parole accompagnate dalle immagini di una Terra viva, non sul letto di morte come tristemente pensavano tutti, di uomini e donne sorridenti e liberi apparentemente, non schiavi di un generatore centrale di codici, arbitro di milioni di destini, tutti però macchiati dall'assenza del libero arbitrio, avevano lasciato tutti nello sconforto totale.

Sapevano bene che non potevano lasciare che quel messaggio finisse nelle mani della Società Civile. Ma come fare per diffonderlo? Qualsiasi tentativo in passato di inviare comunicazioni non approvate preventivamente era fallito miseramente. Dall'Ufficio Rete erano stati oscurati tutti i server e immediatamente arrestati gli autori dei messaggi.

Il Divulgatore, che era chiamato così perché era stato l'unico a salvarsi e a trasmettere un messaggio a memoria d'uomo, sapeva bene che non aveva scelta. Doveva solo capire come, ma quel messaggio, al più tardi l'indomani mattina doveva essere trasmesso.

«Grazie ragazzo, hai reso un grande servizio a tutti gli abitanti della Terra di Mezzo. Ora però tocca a noi. Dobbiamo diffonderlo al più presto. Qualcuno di voi ha qualche idea?»

Aaron alzò la mano e stavolta attese prima di parlare.

«Ancora tu? Cosa pensi di poter fare ancora?»

«Potrei trasmetterlo senza correre il pericolo di essere bloccato.»

«Ragazzo, non è pane per i tuoi denti. Per stasera hai fatto già troppo e qua tutti ti siamo grati. Ma ora tiratene fuori.»

«Non hai capito.» replicò Aaron. «Se ti interessa trasmetterlo sono io la tua unica possibilità.»

«Va bene. Dimmi come però.»

«Da domani incomincio a lavorare all'Ufficio Rete, reparto generatore codici, laddove partono i blocchi ai server e dove invece non esistono blocchi di nessuna natura. Se riesco a far passare il video dai server centrali è fatta. Lo vedranno tutti.»

«No, Aaron!» urlò Mya. «È troppo pericoloso! Ti prenderanno prima che tu possa fare qualcosa. Ti scopriranno subito!»

«Ha ragione lei ragazzo, è molto pericoloso. Ma è anche vero che quello è l'unico settore dove un file trasmesso non può essere bloccato e oscurato. Pensaci bene. Nessuno te lo chiede ma se fossi convinto non potremmo fare altro che accettare.»

«Sappiamo tutti che non esiste un'alternativa. Perciò datemi la micro drive e ci penserò io.»

A quelle parole non seguì più alcuna replica. Karn diede la micro drive ad Aaron e si diresse verso il primo fuoristrada pronto per partire. Mya corse ad abbracciare Aaron e all'abbraccio si unì immediatamente anche Hodge. I tre amici ebbero piena coscienza che in quel momento la loro vita era cambiata per sempre.

Le auto partirono nuovamente a fari spenti e silenziosamente tornarono all'Earth Bar dove tutti si sparpagliarono come se fossero rientrati da una fumata di Aspiretta. Prima di lasciarsi definitivamente Il Divulgatore mise le mani sulle spalle di Aaron e gli disse: «Grazie ragazzo. Siamo tutti nelle tue mani. Se domani dovesse andare qualcosa storto, venite tutti e tre qui al bar, chiedete di me e non vi preoccupate.

Aaron sorrise e gli strinse la mano felice di quell'accordo appena stretto. Mya e Hodge rimasero un passo indietro. Poi, appena Karn scomparve dalla loro vista, si abbracciarono nuovamente e decisero di non rientrare più nel bar. Per quella sera avevano già visto troppo e la voglia di festeggiare era stata sopraffatta dall'ansia di ciò che avrebbe atteso loro il giorno dopo.

Quella mattina i tre amici decisero di arrivare insieme all'Ufficio Rete e si separarono solo quando, all'ingresso, fornirono ad ognuno di loro un badge personale relativo al settore che avrebbero dovuto occupare.

Aaron prese il suo e salutò i compagni con un cenno della mano. Poi arrivò all'ingresso del suo settore, prese il badge, passò lo scanner retinico e quello delle impronte digitali. Una volta riconosciuto entrò e prese possesso della sua scrivania. Contrariamente a quanto si aspettasse, sembrò che nessuno si accorgesse di lui. Sembrava fin troppo facile e la cosa lo inquietava. Fino a quel momento nessun sito o notiziario aveva accennato al ritrovamento di un'astronave fuori il perimetro della Città, alla cava. E anche questo gli risultò quantomeno anomalo. Pur insospettendosi molto ad un certo punto si trovò da solo nella sala e estrasse dalla tasca la micro drive. La collegò al server centrale e, dopo una rapida occhiata per verificare se stesse per arrivare qualcuno, aprì il file e inviò il video a tutto il sistema. Immediatamente fu a disposizione di tutta la popolazione della Terra di Mezzo.

Passarono diversi minuti senza che succedesse nulla. Fu indeciso se seguire quanto concordato con Karn o procedere come se nulla fosse. A togliergli qualsiasi dubbio furono i passi e il vociare che sentì arrivare da lontano. Allora prese la micro drive e uscì dalla porta. Si avviò a grandi passi verso l'uscita cercando di mostrare indifferenza al fiume di persone che invece si dirigevano verso la sua stanza. Varcò i cancelli mentre suonava l'allarme e bloccavano tutte le uscite. Pensò di avercela fatta, quando un auto si fermò davanti a lui.

Si abbassò il finestrino e vide Karn e la ragazza che ospitavano dietro Mya e Hodge. Come facevano a stare già con loro?

«Entra ragazzo, veloce!»

Senza farselo ripetere un'altra volta, Aaron entrò in macchina senza neanche salutare e chiedere spiegazioni agli amici. In pochi minuti arrivarono fuori all'Earth Bar dove li attendevano gli altri. Uscirono tutti dai fuoristrada e si infilarono in un mini van per dirigersi verso la cava dove alcuni di loro in segreto avevano lavorato alla riparazione della navicella distruttasi la notte prima.

«Ragazzi, si parte. Subito. Siete pronti?»

«Sì!!» urlarono all'unisono gli altri.

«Allora si torna a casa!»

I dodici ribelli presero posto sulla navicella. La ragazza prese il posto del pilota principale intervenendo in tutti i sistemi di guida. Subentrò un attimo di silenzio costruito per dare importanza a quanto stava avvenendo. Poi i motori, seppure silenziosi, si fecero sentire e la navicella si staccò dal terreno e in pochi attimi era pronto per solcare i cieli. Ma dopo qualche istante di volo si vide circondata da una cinquantina di navicelle. Aaron, Karn e gli altri temettero di aver concluso la fuga prima ancora di averla iniziata. Quando sentirono una voce.

«Ehi voi! Sapete dove state andando?»

Nessuno riusciva a credere a ciò che avevano ascoltato.

«Sì.» rispose la ragazza timidamente.

«Allora vi seguiamo!»

Così le cinquantatre astronavi si mossero verso l'ignoto. Il viaggio era stato sempre compiuto in un'unica direzione. Mai nella direzione opposta. Però l'obiettivo da raggiungere era troppo prezioso per potersi porre dei dubbi in quel momento. Puntarono il portale sperando di riuscire a superarlo indenni.

Ad una ad una scomparvero dai cieli della Terra di Mezzo.

E una alla volta riapparvero circondate da un unico grigio, mono colore, senza alcuna sfumatura né punti di riferimento. Avevano fallito. Non poteva essere la Terra primaria quella...

Scendendo di quota il grigio chiaro divenne grigio scuro e divennero visibili contorni di blu petrolio frastagliati da un grigiore compatto. Dopo poco quel grigio si trasformò e si delineò in costruzioni dalle forme familiari, anche se sembravano del tutto abbandonate. Nello sconforto più totale e nell'incredulità del paesaggio che gli si poneva innanzi, le navicelle ricevettero un messaggio radio.

«Attenzione! State sorvolando i cieli senza l'autorizzazione di Nuova Vita! Atterrate immediatamente o sarete abbattuti!»

Le navicelle senza esitazione scesero ancora di quota alla ricerca di un posto adatto all'atterraggio ma avvicinandosi sempre di più alla terra capirono che erano sulla Terra Primaria. Fulmini e lampi li accolsero al loro atterraggio. A questi seguirono dopo qualche istante due droni che con voce metallica e beffarda disse loro: "Benvenuti su Terra Primaria! Nuova Vita troverà un ruolo adatto a voi per riuscire a sopravvivere. Vi consigliamo vivamente di seguire le indicazioni. Altrimenti non vi garantiamo la sopravvivenza sul pianeta!"

Solo in quel momento Karn e Aaron capirono che erano stati messi in guardia ma la loro cecità aveva impedito di salvarsi. Il messaggio del pilota era un altro. Peccato che non fosse riuscito a completarlo...

"Non è vero! Credetemi non è... reale il video. È una trappola!"


Una vigilia di Natale

Il rumore delle sue scarpe quando incontravano le lastre del marciapiede riecheggiava per tutta la strada. Vuota. Deserta.

In fondo erano le nove di sera e tutta la città era raccolta attorno ad un tavolo per festeggiare , chi la nascita del Gesù Salvatore, chi l'arrivo dì Babbo Natale, chi invece semplicemente per mangiare e scambiarsi un dono.

Un dono...

Quello che si aspettava quando qualche ora prima il suo capo lo aveva chiamato nella sua stanza...

"Pieri! Venga da me un attimo, per favore."

Aveva detto anche per favore... Quando mai... Per lui non esistevano favori sul lavoro ma solo doveri... Ma lo aveva detto... Per favore...

Perciò si presentò sulla soglia del ingresso del suo ufficio, affianco al poster di Charlie Chaplin ne "Il grande dittatore" che aveva appeso all'ingresso, ignorandone assolutamente il significato naturalmente...

"Pieri, si segga!" disse stendendo la mano verso la poltrona di fronte alla sua scrivania. In tanti anni mai si era seduto al suo cospetto...

"Pieri, come ben sa quest'anno la nostra azienda ha attraversato un brutto momento e se oggi siamo qua a parlarne è grazie al lavoro di tutti, nessuno escluso. E per questo motivo vi ringrazio infinitamente. Purtroppo però il periodo di crisi non è finito e io, se voglio evitare di incappare nella stessa situazione il prossimo anno devo ridurre il personale. E lei, Pieri, purtroppo è l'unico che non ha una famiglia da sfamare. Lei vive ancora con i suoi genitori..."

"Veramente ho solo mia madre... Mio padre è finito tanti anni fa..."

"Va bene, va bene! Non mi interrompa! Altrimenti perdo il filo del discorso... Sua madre, lei vive ancora con sua madre, quindi! Non ha spese da affrontare e, giovane qual è, non faticherà a trovare un nuovo impiego, sicuramente anche più adatto alle sue capacità!"

"Mi perdoni direttore, mi sta dicendo che mi sta licenziando? Solo perché sono giovane e non ho figli?"

"È l'unico sacrificabile, Pieri! E poi le sto facendo un piacere! Questa è un'azienda piccola... Lei merita di più!"

"Come? Quando? Sa bene che non c'è nessuno fuori da quella porta pronto ad assumermi... È vero, non ho figli, non sono sposato... Ma ho una fidanzata da dodici anni con la quale ogni anno litigo per rimandare il matrimonio perché nessuno mi concede un mutuo con il mio reddito! Per carità, non mi sono mai lamentato con lei ma con un solo stipendio regolare non si può comprare casa. E i fitti sono pari ad una rata di un mutuo... Così, siccome sono sacrificabile, non potrò mai sposarmi né avere figli!"

A nulla era valso il suo sfogo. Dopo un leggero tentennamento con il capo, il suo silenzio era impenetrabile e a lui non rimase altro che andarsene, sbattendo la porta e lasciando tutte le sue cose lì... Quando avrebbe trovato il modo di mettere la sua dignità sotto i tacchi, sarebbe tornato a riprendersela, incrociando così gli sguardi di tutti coloro che, fino al giorno prima, lo cercavano per un aiuto, una soluzione...

Durante quei passi messi lì per caso, senza una meta precisa, si rendeva sempre più conto che non si sarebbe potuto presentare a casa della fidanzata, senza un regalo, senza più un lavoro! Senza un futuro....

Lei avrebbe finto di capirlo, certo! Avrebbe detto "Ce la caveremo amore! Non ti preoccupare... Troveremo il modo di risollevarci e di organizzare il nostro matrimonio a settembre!"

"Fra nove mesi!!!!"pensò miseramente.

No. Non poteva capire... Lei era da dieci anni a capo della contabilità di una nota azienda locale... A nero... Ma era un posto sicuro, diceva, e il tempo le dava ragione...

Mentre era immerso nel suono delle sue scarpe che litigavano con le asperità del marciapiede, si ritrovò di colpo per terra!

Lontano, alla fine della strada un uomo gridava contro la figura che correndo lo aveva sbattuto sul ciglio della strada. Doveva essersi fatto male anche lui, perché non correva più... Camminava, zoppicando e te dosi una mano sul fianco.

Si rialzò di scatto e prese ad inseguire la figura innanzi a lui solo di pochi metri fino a quando la raggiunse. Lo prese per il maglione e vide che era solo un ragazzo. Nel frattempo si avvicinava anche l'uomo inveendo contro il piccolo ladro.

Allora gli prese il portafogli di mano e lo spinse via. Il ragazzo, con i vestiti in ordine ma senza un giaccone, dopo un secondo in cui lo fissò negli occhi, non si fece pregare una seconda volta e scappò via, ritrovando di colpo tutte le forze.

Mentre si voltava per restituire il portafoglio al legittimo proprietario si accorse che era Manfredi, il suo capo.

"Eccolo! Prendetelo!" Disse a due poveri agenti di polizia municipale di turno la vigilia di Natale.

"Ah! Sei tu! Lo dovevo immaginare! Ti volevo vendicare, pover'uomo!"

I due poliziotti lo afferrarono sotto le braccia, strappandogli il portafogli con violenza, infastiditi da quella insopportabile situazione. In fondo, avevano sperato che almeno la vigilia di Natale si rivelasse tranquilla...

Il ragazzo, che in realtà non si era allontanato di molto e che si era nascosto dietro l'angolo a osservarli, era impietrito da quella scena.

"Perché mai quell'uomo lo aveva salvato? Addossandosi poi lui la colpa!" Pensò mordendosi il labbro per la tensione. Quella stessa tensione che, indietreggiando, gli fece urtare qualcosa dietro di lui.

Il rumore destò l'attenzione degli agenti che immediatamente volsero lo sguardo verso l'angolo dietro il quale si nascondeva il ragazzo.

Fu allora che Manfredi incominciò a gridare: "Fermatelo! Sono complici! Ne sono certo!"

Mentre uno degli agenti, il più anziano, quello con la pancia prominente, teneva per il braccio Pieri, senza neanche avere la necessità di stringere forte, il più giovane, ancora nel pieno dell'illusione di una giustizia giusta e equa e non ferma e uguale comunque per tutti, si lanciò all'inseguimento del giovane, riuscendo dopo pochi metri ad affermarlo per le gambe. Il ruzzolone che venne fuori era quasi avvincente come quelli dei film!

"Papà! Papà! Fermalo, sono io!"

Manfredi riconobbe immediatamente quella voce ma si rifiutava di credere alle sue orecchie...

Andò incontro al giovane poliziotto con il cuore che gli batteva a mille! E lo vide... Indifeso nei suoi sedici, quasi diciassette anni. Trascinato a forza verso la macchina della pattuglia. " Fermi' gridò senza però riuscire a emettere quel suono fermo e deciso di qualche giorno prima...

"Fermi. Vi prego..."

E con il sapore della lacrima, scesa senza preavviso fino alla bocca, si avvicinò all'agente più giovane parlandogli all'orecchio.

Così, Manfredi prese il ragazzino per il braccio e si allontanò dalla parte opposta a quella dove si erano diretti i due agenti che nel frattempo avevano lasciato Pieri in mezzo al marciapiede.

E all'improvviso si ritrovò nuovamente solo con il rumore delle scarpe che si ostinavano a litigare con il marciapiede.

Solo. Con i suoi pensieri. Non gli erano rimasti altro che quelli.

Brutta compagnia...

Travestiti da amici sinceri lo portarono davanti al ponte e, suadenti più di Rosa, della donna che lo aveva accompagnato per tutti gli ultimi anni, lo fermarono davanti a quel piccolo muretto che lo separava dal fiume, imponente nello scorrere inesorabilmente qualunque cosa accadesse intorno ad esso.

I pensieri, ancora loro, lo aiutarono a salire sul muretto e portarono il suo sguardo verso il basso, verso quella enorme massa d'acqua scura che si trovava proprio a pochi metri da lui.

Sì. Aveva deciso di abbandonarsi a loro. In fondo erano gli unici che dalla sua nascita non lo avevano mai lasciato.

Padre operaio, madre casalinga, due fratelli e due sorelle tutti più piccoli di lui. Quando suo padre morì per un incidente di lavoro fu costretto a lavorare mentre finiva gli studi universitari e faceva da padre ai suoi fratelli...

Rosa fu l'unica donna della sua vita. Non perché non fosse piacente! Alto, un bel fisico, occhi chiari... Semplicemente non aveva avuto né tempo né possibilità...

E mentre studiava, lavorava e educava i fratelli, gli unici sempre presenti erano loro: i pensieri!

Non tutti cattivi! Anzi! Quanti nei momenti di difficoltà lo avevano aiutato ad andare avanti regalandogli l'immagine, rivelatasi falsa, del suo futuro. Quanti lo avevano aiutato a credere che le cose potessero andare diversamente, gli avevano donato una speranza...

Quella che ora non aveva più...

Forse avevano deciso, sempre gli stessi pensieri, di smettere di mentirgli, di non fargli vedere nessun'altra immagine che quella che gli avrebbe mostrato il suo specchio.

Alzò la prima gamba, lasciandola sospesa nell'aria. Perse subito l'equilibrio e la mise di nuovo sul muretto.

Gonfiò il petto con un lungo respiro. Chiuse gli occhi e...

Gli sembrò che una mano gli si appoggiasse sulla spalla.

Cosa stavano facendo i pensieri? Che razza di scherzo era?

Si scosse con violenza quasi a liberarsi di quella forza che lo tratteneva ma senza riuscirvi.

Allora aprì gli occhi e vide accanto a sè... Manfredi!

"Pieri... Paolo, lascia che sia io a chiuderla qui. Ora."

Che bizzarra immagine gli stavano mostrando i suoi pensieri in quel momento... Cosa poteva mai significare? Certo, il suo capo oggi gli aveva spento definitivamente quell'immagine del suo futuro che per anni lo aveva accompagnato, che per anni i suoi pensieri gli avevano rivelato e fatto credere fosse veritiera, possibile... Ma ora, tirarlo in ballo, accanto a lui... Cosa voleva dire?

"Paolo, vai da Rosa e non dirle nulla. Dici che hai avuto un incontro che ti ha cambiato la vita e, dille, che -hai pensato- che avreste anticipato il matrimonio! Che il tuo regalo è che hai prenotato la chiesa di S. Maria la Nova per il mese prossimo!"

E mentre parlava si ritrovò seduto, sempre sul muretto, con le gambe penzoloni...

Avrebbe voluto rispondere, gridargli in faccia "Ma che cazzo dici? Come posso farlo senza quello schifo di lavoro che tu mi hai strappato?" Ma non riuscì ad emettere nemmeno un suono...

Chiuse gli occhi allora. Nuovamente.

L'aria gelida gli forava la testa e non gli permetteva più neanche di sentire ciò che gli dicevano i pensieri...

Si sentì bussare sulla spalla e al suo fianco vide il figlio di Manfredi, quello che aveva appena cercato di fregargli il portafoglio... Ma era davvero suo figlio? Così grande? E perché mai aveva fatto un'azione del genere?

"Signore? Signore, mi scusi per prima ma non volevo coinvolgerla. Non volevo fare nulla di male. È solo... Che avevo fame e rabbia... E mi ha preso così... Non avevo neanche capito che fosse mio padre quell'uomo... Che fortuna! A quest'ora chissà dove sarei... Ero preda dei miei pensieri..."

"Anche lui?" Rimuginò Pieri. D'altronde, anche lui alla sua età, ne aveva già tanti che lo accompagnavano...

"Non ti preoccupare!" Avrebbe voluto dirgli, "tu non c'entri nulla! Non ti far imprigionare dai tuoi pensieri, brutti o belli che siano! Vivi la tua vita progettando e disfacendo, sognando e realizzando, distruggendo e costruendo di nuovo. Perché questo è quello che ci tocca fare in questa, apparentemente insulsa, vita"

Ma non riuscì a dirglielo perché si ritrovò nuovamente giù dal muretto e solo.

Era già andato via... O forse non c'era mai stato accanto a lui...

Oramai il coraggio lo aveva abbandonato e lentamente si ritrovò ancora con le scarpe a divertirsi a far rumore, sempre più forte sul marciapiede. Come i bambini si accanì a far echeggiare quel suono per tutta la strada muta, isolata da i vetri appannati delle case riscaldate dalle cucine in festa.

Squillò il cellulare. Era Rosa.

"Ma dove sei?" Gli disse. "Sono le nove e dieci!"

Le nove e dieci? Erano passati solo dieci minuti? Come era mai possibile?

"Ti stiamo aspettando!"

"Perdonami amore mio, sono quasi sotto casa tua. Sto arrivando."

Non potevano essere passati solo dieci minuti, Rosa si era sbagliata, ne era certo!

Oramai però non poteva più sottrarsi. Era lì, davanti al suo palazzo e doveva affrontarla. Per quanto fosse spiacevole non poteva mentirle. Le avrebbe detto tutto e poi..

Quando arrivò davanti alla sua porta la vide aperta. Lo stava aspettando...

E poi sentì ridere. Si fermò. Era la voce di un uomo.

Chi era con lei?

Seppur forti le voci non erano distinte e quindi non riuscì a capire nulla di cosa si stessero dicendo Rosa e quell'uomo.

Non voleva far rumore, quasi per cercare di prenderli di soppiatto...

Ma appena varcò la soglia di casa vide accanto a Rosa... Manfredi!

Non era possibile! Che ci faceva lì? Ma era lui davvero? Era vestito diversamente...

"Eccoti, finalmente! Il dottor Manfredi ti sta aspettando da quasi mezz'ora! Ma dove eri finito?"

"Mezz'ora? Ma che stava dicendo?" Penso ad alta voce...

"Cosa dici? Non ho capito... Va bene, dai! Entra! Io vi lascio soli a parlare... Arrivederci dottor Manfredi! E Buon Natale anche a sua moglie e a suo figlio!"

Figlio? Che ne...

Contrariamente a quanto pensava Rosa, i due non parlarono. Manfredi gli diede una busta e si avviò verso la porta... Poi si girò, gli fece l'occhiolino e andò via.

Arrivò nuovamente Rosa che lo vide con la busta in mano.

"Cos'è? Fammi vedere!"

Gli strappò la busta di mano, la aprì e, dopo un attimo di silenzio assordante, lo prese a sé e lo baciò. E ritornò in cucina, ridendo e piangendo.

Pieri, con la busta in mano, forse per la prima volta nella sua vita era stato abbandonato dai suoi pensieri...

Allora, ancora incerto, aprì la busta e vide un assegno di trentamila euro, un attestato della chiesa di S.Maria la Nova relativamente ad un matrimonio da tenersi il 16 febbraio e la fattura del pagamento della migliore sala ricevimenti della città per quella stessa sera.

Si sentì venir meno... Non riuscì a pensare a nulla.

Si abbandonò sulla sedia che si trovava dietro di lui e incominciò a ridere. E a sbattere i piedi per terra, facendo ancora una volta tanto, ma tanto rumore con le sue scarpe.


Auguri Maestro!

(Omaggio a Andrea Camilleri)

"Fazio mi hai rotto i cabasisi sta volta! Capisco le generalità quando necessario... Ma stavolta... Con Lui! Chiamami subito Augello!"

Ma il commissario non fece in tempo a finire la frase che sentì il fragore di un esplosione a pochi passi dalla sua scrivania.

"Mi scusasse dottore! Mi è scindricata... È che con Augello di là c'è proprio Lui! Di pirsona, pirsonalmente!"

Come al solito Catarella era abile a non farsi capire. Ma di solito si limitava a storpiare i cognomi delle persone.

"Catarè! Non c'ho capito una beneamata minchia! Chi sta con il dottor Augello?"

"Lui, dottò! L'eccellenza, dottor, professor Camilleri!"

Ecco, anche questa volta aveva storpiato un cognome... Chi si era presentato che poteva avere il cognome simile a quello scrittore?

Non finì il pensiero che Montalbano si dovette susere immediatamente dalla seggia, perché dietro a Mimì c'era un anziano signore che, da bravo artista, si teneva nell'ombra lasciando comunque la scena a Mimì Augello.

"Salvo, stavolta Catarella ha ragione. Guarda chi ci è venuto a trovare!"

E si fece da parte per lasciare spazio a quel signore, oggi novantenne, che un passo alla volta avanzò verso Montalbano. Allungandogli il braccio e porgendogli la mano gli scappò un "grazie."

A quel punto Montalbano prese affianco a sè Fazio, Augello e Catarella e prendendosi per mano, insieme s'inchinarono al Maestro.

Auguri Maestro!


Il libro rosso

C'era una volta un libro. Aveva una bella copertina, di velluto rosso e ricami dorati ed era il re della biblioteca.

Essendo il più vecchio, si arrogava il diritto di decidere dove i volumi nuovi arrivati si sarebbero dovuti collocare. Certamente si sarebbero dovuti posizionare sempre lontani da lui, che stando al centro, doveva essere sempre il libro più ammirato.

Un bel giorno all'improvviso la biblioteca chiuse e tutti i libri furono venduti ad una libreria.

I nuovi arrivati vennero messi in bella mostra nella vetrina centrale e presto trovarono chi li acquistò e li portò con sé. Così, giorno dopo giorno, ad uno ad uno, tutti i libri della biblioteca se ne andarono finché rimase solo lui.

Il libro rosso, poverino, era circondato dai Saggi che, avendolo visto infine solo, lo presero in giro dicendogli: "Hai visto? Ti credevi il più importante. Invece nessuno ti ha voluto!"

"Anche noi siamo più belli di te!" gli dissero invece in coro i libri illustrati con le foto.

"E noi siamo i preferiti dai bambini!" gli urlarono dal basso i libri di favole pieni di disegni.

"A noi ci desiderano tutte le donne" fecero eco i libri di cucina.

Tutti i libri della libreria, chi per un motivo e chi per un altro, sottolinearono quanto loro fossero più belli, più amati e più venduti di lui. I romanzi per ragazzi si vantarono di essere i più moderni, anche se poi incominciarono a litigare per il primato con gli audiolibri e con gli eBook. I gialli reclamarono la loro presenza nelle case di tutto il mondo, ma anche loro presero a litigare con i classici della letteratura.

Il vecchio libro si guardò riflesso nella vetrina e capì solo allora di essere soltanto un vecchio libro di storia. E si sa, la storia non piace proprio a nessuno...

Passarono molti anni e il vecchio libro rosso si trasferì dalla vetrina all'esterno a quella posta nell'angolo all'interno. Poi fu spostato in fondo al negozio. Fino a quando un giorno il libraio decise di metterlo su di una bancarella, esposto all'aria, al vento e alla pioggia.

"Ma come?", si chiese ad alta voce, "Sono già vecchio e malandato! Così mi distruggerò definitivamente e non mi leggerà più nessuno!"

Il tempo diede ragione al vecchio libro che in poco tempo si vide consumare nei bordi e anche la copertina di velluto incominciava a sbiadire e a deteriorarsi.

Fino a quando un giorno, nel palazzo antico di fronte alla libreria, si tenne un convegno dove si riunirono le figure più importanti del paese. Accadde precisamente nel momento in cui uscì il presidente del convegno che un raggio di sole andò a riflettersi in uno di quei ricami dorati che si stavano lentamente rovinando, andando a incrociare i suoi occhi. Chiusi di scatto, quando quegli occhi si riaprirono ebbero come prima immagine il libro rosso... E si illuminarono...

"Mario! Corri! Guarda cosa ho trovato su questa bancarella!" Esclamò il presidente rivolgendosi a colui che più di tutti lo avrebbe capito.

"Caspita! La prima edizione di Quistione Italiana di Daniele Manin! Ma... Come ci è finita qua?"

"Secondo me la libreria non sa che valore ha questo volume...". I due entrarono in libreria e comprarono il libro rosso in men che non si dica.

Così il vecchio libro si ritrovò a casa di quell'uomo che, passandoselo tra le mani, stava decidendo quale volume eliminare per far posto all'opera pregiata che aveva appena acquistato. All'improvviso però gli parve che il vecchio libro lo portasse verso la parte periferica della sua libreria, dove effettivamente c'era un po' di spazio. Ma non poteva metterlo lì! Quel libro meritava il posto più centrale e più visibile della libreria!

Ma mentre si spostava di nuovo verso il centro, il vecchio volume dalla copertina rossa sembrava ancora trascinarlo verso quello spazio vuoto e polveroso.

L'uomo si fermò non capendo bene cosa stesse succedendo. Sembrava che quel libro avesse un'anima...

Poi lo guardò con attenzione, girandolo più volte su se stesso. Alla fine notò che uno di quei ricami dorati che si erano lisi, sembrava risplendere nuovamente. Mentre era assorto nel notare quel particolare il libro gli cadde di mano e quel ricamo si sfaldò nuovamente.

A quel punto, timoroso che per la sua indecisione quel libro si potesse rovinare ancora, lo mise in quel piccolo spazio vuoto, ripromettendosi quanto prima di dargli una nuova collocazione.

Ma quel vecchio libro da lì non si spostò più certo di attirare comunque l'attenzione degli ospiti dell'uomo ma lasciando il giusto spazio a tutti gli altri libri.


Numeri

La bambina era piegata sulle ginocchia con il viso appoggiato sul letto. E singhiozzava. La nonna era morta questa mattina e l'aveva lasciata sola..

Era molto anziana, ma stava bene.. Ieri sera era andata a riposare senza avvertire alcun malore. Eppure stamattina, quando la madre era andata per svegliarla, non respirava.. Se n'era andata nel sonno. Forse, lei lo immaginava così, sognando.. Sognando cosa però non lo sapeva. La nonna, per quanto sempre molto affettuosa con lei, era una persona molto riservata e poco conosceva del suo passato. Di quello che fu la sua infanzia, la sua adolescenza, la nonna non ne parlava mai. I suoi racconti incominciavano sempre dal giorno in cui si fidanzò con il nonno, conosciuto nell'immediato dopoguerra.. Ma come, neanche quello sapeva..

Così si alzò e decise di aprire il comò della nonna, quel cassetto che non le aveva mai permesso di aprire, anzi neanche mai avvicinare.

Lo aprì e vide subito una stella gialla con una I maiuscola stampata all'interno e un numero, 82454. Sotto c'era un diario che iniziava con una data: Sabato, 16 ottobre 1943.

"Quel sabato, era speciale, era il terzo giorno della festa delle Capanne... quasi una festa doppia... Alle 5.30 oltre duecento SS contemporaneamente si irradiavano nelle 26 zone in cui la città era stata divisa per catturare casa per casa gli ebrei che abitavano fuori del vecchio Ghetto. Le SS entrarono di casa in casa arrestando intere famiglie. La nostra fu sorpresa ancora nel sonno... I tedeschi bussarono, poi non avendo ricevuto risposta sfondarono le porte. Ci raccolsero provvisoriamente in un largo attorno ai resti del Teatro di Marcello. Scoprii dopo che eravamo più di mille e molti erano bambini come me..."

Il diario proseguiva e raccontava l'arrivo ad Auschwitz, la separazione dal padre e la madre, con l'unica compagnia dello zio.. La morte dei genitori nello stesso giorno in cui arrivarono... Le passeggiate tra i cadaveri ammucchiati... La negazione di ogni forma di dignità subita... E poi un'altra data: maggio 1945 e un'annotazione: "Com'era buono quel miele..."

La bambina aveva sentito parlare di Aischwitz, del "Giorno della memoria", della seconda guerra mondiale... Ma oggi l'aveva conosciuti, capiti...

E capì anche quanto fosse stata fortunata! Lei si trovava lì perché la nonna fu tra le 17 persone su 1024 deportate che si salvò.

Così si piegò sulle ginocchia, vide la foto sul comodino della nonna abbracciata al nonno, e stavolta riprese a piangere. Ma stavolta quelle lacrime si fermarono ai lati della bocca, apertasi leggermente con una smorfia che assomigliava tanto ad un sorriso...

Purtroppo questo è un racconto di fantasia perché nessuno degli oltre 200 bambini romani deportati quel giorno di ottobre del 1943 tornò mai indietro...


Abbiamo preso il Qatar

Chiudo gli occhi.. Non voglio vedere.. Non può finire così! È vero ho sbagliato, e pure molto.. Abbiamo sbagliato.. Ma abbiamo anche avuto due palle così a crederci, sempre.. Ancora! Fino alla fine.. Tutti..

Loro forti, prepotenti sin dall'inizio. Noi umili ma caparbi. Non abbiamo mai mollato. Marek, Gonzalo.. Grande il Pipita! Mai domo, aveva ingaggiato una guerra personale con Gigi, ma alla fine lo aveva trafitto due volte! Ma non è bastato.. Non è stato sufficiente..

Ed ora eccoci qui.

Il mio cuore si è unito ai battiti degli altri miei compagni di viaggio che hanno solcato l'erba orientale stasera in cerca di una nuova terra di conquista. E chiudo gli occhi.. Vai Kalidou, vai!

Gol! Cazzo sembrava fuori! La palla, come si dice in gergo, ha fatto la barba al palo ed è entrata..

Ora tocca a loro. Tutta la tensione si trasferisce sulle loro spalle, sui loro piedi..

Lo vedo che raccoglie la palla da terra come se pesasse un quintale e riesce a stento a metterla sul dischetto. Se ne libera anche con qualche goccia di sudore di troppo. Il suo avversario, il nostro estremo difensore, questa volta non balla. Lo guarda negli occhi e cerca di ipnotizzarlo come i fachiri con i serpenti quando escono dal cesto di vimini attratti dal suono del flauto..

L'uomo vestito senza colore prende la rincorsa. Non so né ho capito chi sia. Ma non importa. È venuto il suo momento. O lui o noi.

Calcia, la palla si alza.. Ma non abbastanza perché il brasiliano che gioca con le mani conio braccio più lontano, duro come una pietra, respinge la palla e le impedisce di dare un seguito a questa battaglia.

Abbiamo vinto! Abbiamo sudato.. Abbiamo lottato.. Ci abbiamo creduto e abbiamo vinto..

Tra coriandoli, urla e giochi di luce ora sono certo che almeno questa sarà una.. Buonanotte


Brivido

(Spinoff di "Pane, zucchero e caffè)

Brivido si dimenava e non capiva.. Era stato solo troppo tempo e ora che il suo padrone, Valerio, era tornato, faticava a riconoscerlo. Valerio era stato sempre molto affettuoso e ora sembrava non accorgersi di lui..

Quante sere avevano passato insieme sul divano.. Si nutrivano del calore dell'altro, reciprocamente.. A Brivido non importava cosa ci trovasse il suo padrone in quel quadro luminoso che proiettava tutte quelle immagini così vere.. Il gattino nero amava solo quel momento, quell'unico momento in tutta la giornata nel quale poteva trovare sfogo, senso alla sua esistenza..

Alzò il muso e vide quella macchiolina sul soffitto e ricordò quando Valerio quella notte lo svegliò urlando contro quella zanzara che non gli permetteva di riposare. Blaterava riguardo a qualcosa d'importante che lo avrebbe aspettato il giorno dopo. Così prese la prima cosa che gli capitò per mano, la sveglia e la lanciò contro il soffitto uccidendola con la precisione di un lanciatore di coltelli al circo..

Ora il suo padrone era sveglio.. Era rimasto sveglio tutta la notte. Parlava da solo e scriveva.. Scriveva e parlava da solo.. Ma li era felice perché dopo tanto tempo si era accorto di lui, lo accarezzava.. E lui potette fargli finalmente le fusa.. Per l'ultima volta..


Ora lo so

Ancora oggi non riesco a capire: come facevi?

Mi dicevi "Lo amo!" e io ti credevo, ma ti chiedevo "E lui?"

Ora lo so. Ora so di tutte quelle volte che mi mentivi adducendo una scusa dietro l'altra per non venire a pranzo o alla festa di compleanno di tua madre o a trascorrere la vigilia di Natale con noi..

Ora lo so.. E proprio per questo non riesco a darmi pace. Molti di noi sospettavano che qualcosa non andasse, ma non questo.. Questo no!

Eri brava a truccarti, a coprirti con fard e altri maquillage portentosi.. Quando non ne potevi più ci venivi a trovare per qualche giorno rifilandoci il motivo di fantomatici viaggi di tuo marito. Ma non si vedeva nulla. Non si vedevano i lividi, i tagli e le braccia gonfie nascoste sempre sotto quei maglioni larghi e doppi che non ti stavano bene mica..

Ma non l'indossavi per essere bella. L'indossavi per non sentirti sporca..

Perché in fondo il problema era che la vivevi come una tua colpa! Lui era esagerato ma pensavi fosse tua la colpa di non riuscirlo a soddisfare, di non riuscire ad accontentarlo.. E lui si arrabbiava..

Invece tu non avevi colpa. Non hai mai avuto nessuna colpa se non quella di non denunciarlo sin dalla prima volta che si permise di tirarti con forza e costringerti a seguirlo a casa.. Ti ricordi? Era il primo anno del vostro matrimonio, non avevate avuto ancora i due bambini, e lui non voleva mangiare al ristorante. Urlando, ti prese con forza e ti costrinse a seguirlo a casa. Eri troppo innamorata e non capisti il baratro che ti stavi scavando sotto i piedi.

Poi nacque il bimbo e sperasti invano che le cose sarebbero migliorate. Invece lo stress al quale foste sottoposti non fece altro che peggiorare la situazione e gli episodi aumentarono di frequenza e intensità. E quell'anima innocente ampliò quel baratro..

Poi venne la seconda figlia e lo spazio per far cessare il"suo modo di dimostrare l'amore", come lo chiamavi tu, si chiudeva sempre di più..

Fino a quando non sono intervenuto io.. Sono DOVUTO intervenire.. La polizia alle mie denunce non poteva dar seguito e tu eri immersa in quella spirale dalla quale non saresti mai uscita.

Sono DOVUTO intervenire io.. È stato facile alla fine.. Ho preso una pistola senza matricola, l'ho aspettato una notte fuori al bar dove ogni santa sera andava ad ubriacarsi e, senza neanche farlo girare, gli ho sparato..

L'ho fatto per te figlia mia.. Per far sì che almeno questa sia una buonanotte.


Sulla tangenziale

Un gabbiano all'improvviso apparve sulla tangenziale e si mise davanti alla mia auto quasi ad indicarmi la strada.

Certo, sicuro nel suo volo, con le sue ali ampie, teneva testa ai cavalli della mia auto. Le macchine che sfilavano alla mia destra e alla mia sinistra, quasi non notarono il volo dell'uccello reso scintillante da quell'ultimo raggio di sole, prima che esso decidesse di lasciare la scena al manto stellato di quella notte..

Solo una mi affiancò e la donna al volante mi bussò con il clacson invitandomi a vedere una scena che mi aveva già rapito. Nel fare quel gesto però la sua auto, una 500 rossa fiammante, sbandò e andò ad urtare, per fortuna non violentemente, contro il guard rail posto a protezione dei campi alla nostra destra.

La donna si fermò e io con lei, maledicendo quel gabbiano che, con la sua invasione di corsia, ci aveva distratto. Trovai la donna china sul volante e mi spaventai.. ma stava solo piangendo. La 500 era praticamente nuova! La toccai delicatamente e lei si ritrasse spaventata. Non s'era accorta della mia presenza.

Gridò. E io con lei. Poi, ritrovata la calma, scese dal veicolo per capire che danno avesse subito. Per fortuna se la cavò solo con una lieve ammaccatura e un graffio sulla fiancata. I suoi occhi tristi e smarriti mi colpirono e così, notando il suo completo smarrimento, le chiesi se conosceva un carrozziere. Lei mi rispose facendo spallucce.. Di auto non ne sapeva nulla, la poverina! Promisi che l'avrei accompagnata il giorno dopo se lei mi avesse seguito a mangiare una pizza. Il suo viso si distese e la testa ciondolò su e giù tra i singhiozzi quasi a volersi avvolgere tra le coperte delle mie parole.

Riprendemmo ognuno la propria auto e mentre le mettevamo in moto non potemmo fare a meno di notare un gabbiano fermo una ventina di metri davanti a noi.. Non era possibile! Era lo stesso! E ne fummo certi quando, riprendendo la strada, si mise in volo anche lui davanti a noi.

Ad indicarci la strada.


Quelle note

Quelle note continuavano a risuonare nella mia mente come un'eco lontana.. "Do, la, si, do"...

Una musica dolce, ma nello stesso tempo forte..

Da stamattina la voglia di canticchiarle diveniva sempre più pressante e, senza vergogna, mi ero messo anche al volante della mia auto, chiuso nell'abitacolo, a sfidare gli sguardi smarriti di chi mi affiancava nel traffico, a gridarle a squarciagola.

Però poi, contrariamente a quanto credessi, la cosa non mi soddisfaceva.. Non mi sentivo meglio, anzi mi immalinconivo, mi trovavo sperduto in quelle note, mi sentivo nello stesso tempo a disagio ma a casa..

Eppure non mi venivano in mente da moltissimo tempo. Quando sarà stata l'ultima volta che le ho sentite? Saranno passati anni.. Di sicuro da quando... Vabbè ma che importa? La musica è emozione e quelle note ne sono cariche.. Ma ogni canzone, ogni ritornello, ogni giro, se armonico, porta un po' di magia con sé legandosi ad un ricordo, ad un momento grazie proprio all'emozione che suscita... Allegria, malinconia, dolore, gioia...

Dolore e gioia... Apparentemente in antitesi, ma fortemente legati l'uno con l'altra.

Come si potrebbe mai pensare di racchiuderli insieme in pochi secondi, se non attraverso la musica, magari con un tempo allegro seguito da un solo di violini o viceversa..

E ora continuavano a succedersi, nel mio animo s'alternavano le percussioni e gli archi, freneticamente, incessantemente.. e il mio cuore non trovava riposo, percosso e strapazzato da quelle note come un punchingball da un pugile..

Adesso il buio s'è impadronito della città e la giornata volge a termine. Ma non sono solo..

Perché con quelle note continui a farmi compagnia.. Buonanotte mamma!


Un caffè indimenticable

Sarà stato per il caffè che ci siamo presi insieme, seduti a un tavolino del bar. Per qualche minuto siamo rimasti l'uno di fronte all'altra, poi è arrivato il cameriere e io l'ho guardata con maggiore attenzione. Solo alla fine, quando se n'è andata, ho capito... Che avevo perso un'occasione.. Il silenzio generato dalla mia timidezza era interrotto solo dal rumore della macchina espresso del bar. Lei, splendida, una stella che brillava di luce propria ed io, invece di illuminarmi di riflesso, avevo pensato solo a gustarmi il caffè..

Così uscii in strada correndo. Mi guardai immediatamente attorno, cercando la sua figura tra mille. Ma lei non c'era.

Allora tornai indietro e mi risedetti allo stesso tavolino ordinando un altro caffè, quando, all'improvviso lei sbucò di nuovo davanti a me. Aveva dimenticato l'ombrello. E io dimenticai la mia timidezza.

Scusa

Sarà stato per il caffè che ci siamo presi insieme, seduti a un tavolino del bar. Per qualche minuto siamo rimasti l'uno di fronte all'altra, poi è arrivato il cameriere e io l'ho guardata con maggiore attenzione.

Solo alla fine, quando se n'è andata, ho capito... che avevo gettato un'altra occasione per riconquistare mia figlia. L'avevo abbandonata, ritrovata, illusa e abbandonata nuovamente. Mai mi sarei aspettato che, chiamandola, accettasse di venire a prendersi un caffè con me.

Ed ero riuscito a parlare solo del caffè..

Buono, dal gusto pieno.. E io ero rimasto vuoto, svuotato dalla paura di perderla.. Ero rimasto attonito senza riuscire a chiederle scusa, l'unica parola che avrebbe voluto sentire da me.

Eppure l'avevo guardata con gli occhi pieni di rimpianto mentre una lacrima spingeva per uscire come lei usciva dalla mia vita. Per sempre. Forse.


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